No Doubt – Tragic Kingdom

copertina dell'album Tempo fa vi ho parlato di “Live in the U.K.” degli Helloween, definendolo il più bel live di sempre. In questi giorni sto nuovamente consumando il CD Tragic Kingdom dei No Doubt, e direi che è sicuramente uno dei 10 dischi più belli che conosca, uno di quelli da portare con te sulla classica isola (il prestigioso mensile Rolling Stone, nel 2003, l’ha però piazzato solo al 441° posto tra i 500 migliori album della storia). A distanza di 13 anni dalla pubblicazione mantiene intatta la sua straordinaria forza sonora e la bellezza dei suoi mix di generi differenti, principalmente ska, rock e punk.

Chiariamoci subito: se state pensando a “Don’t speak” siete completamente fuori strada, lasciate perdere: la canzone è effettivamente contenuta in quell’album, ma secondo me è una di quelle che vale meno, anche se come spesso accade è quella che ha avuto più successo e che ha avuto il grande pregio di portare i No Doubt sulla ribalta delle scene mondiali. Magistralmente cantato da Gwen Stefani (moglie di Gavin Rossadale dei Bush, e per questo va stimata 🙂 ), una delle voci più sexy del mondo anche senza guardarla in foto, e suonato eccellentemente anche dagli altri componenti, è un album che tutte le volte mi fa esclamare: “se sapessi suonare così la batteria, sarei realizzato”. D’altronde Adrian Young collabora regolarmente con i The Vandals, in cui ci suona un altro drago dei tamburi: Josh Freese. Ci sarà pure un motivo no?

L’album si apre con la bellissima “Spiderwebs” in cui bisogna assolutamente notare lo slap di basso e la trama di chitarra durante il ritornello, senza dimenticare i cori e i magnifici bending e armonici artificiali di chitarra durante la strofa. Da headbanging, come “Excuse Mr.” che la segue: l’anima punk si rivela e la necessità di dimenarsi si fa largo nell’ascoltatore, salvo poi stupirci con un intermezzo circense con trombe e pianoforte. “Just a girl” forse la conoscete, è stato mi pare il secondo singolo: inizio placido in levare di hi-hat e ritornello tiratissimo, pura anima punkrock. Rimarchevole anche l’aggiunta di strati sonori ad ogni ripetizione successiva dei ritornelli e la linea di basso saltellante.
Del quarto brano, “Happy now“, non c’è molto da dire, mentre “Different people” ha un giro di basso molto coinvolgente, e l’hammond e le trombe la rendono una canzone allegra, che ogni tanto ripete quella serie di terzine di semiminima che le danno invece un tocco di gravosa serietà. Sentite anche la distorsione della chitarra intorno al minuto 2:00, prima del preritornello: sembra assolutamente dissonante al resto della canzone, è geniale. “The climb” finalmente rallenta un po’ il ritmo delle canzoni e lascia tirare il fiato all’ascoltatore, con i suoi 6 minuti e 37 di andamento terzinato. Molto carino il coro che incita “Climb… climb… climb” (scalata) sempre più alto. “Sixteen” ci riporta di colpo al rock salvo poi virare verso lo ska durante la strofa, con l’immancabile hammond. Da notare le fantasiose e impercettibili variazioni del pattern di batteria e l’assolo di chitarra sparato che arriva dopo un pezzo di violino. Senza soluzione di continuità parte “sunday morning“, in cui Adrian Young fa un lavoro certosino di cesellatura dei colpi sul rullante e sugli hi-hat (setntite a 1:55 e subito dopo). Tanto per farvi capire vi incollo il video di Martin Periard che la esegue:

di “don’t speak” abbiamo già detto, “you can do it” è una incursione nella disco anni ’70 sin dalle prime battute, i suoni sono inconfondibili e la citazione palese. Sentite gli acuti di Gwen, le congas, lo splendido assolo di sintetizzatore e quello seguente di tromba jazz; “world go ’round” è di nuovo un “pezzo basso” dell’album, con influenze ska e ritmo blando, anche se i riff di basso meritano attenzione. la penultima canzone, “end it on this” spiana la strada al gran finale, ed è un pezzo molto tirato, con intermezzi circensi, analogamente a Excuse me Mr.
Il gran finale è la title-track “tragic kingdom“. Per capire l’inizio della canzone bisogna fare una pausa e spiegare cosa significa: Tragic kingdom è un gioco di parole su Magic Kingdom, che è il nome con cui di solito ci si riferisce ai vari Disneyland sparsi per il mondo. Uno di essi si trova ad Anahaeim, in California, città dalla quale la band proviene (e come ulteriore curiosità Anaheim si trova nella cosiddetta contea delle arance, una zona in cui vengono prodotti molti di questi frutti, e la copertina dell’album scimmiotta le etichette delle cassette di arance). I suoni che si sentono all’inizio sono registrati direttamente lì o sono comunque volti a ricordare il parco giochi e la spensieratezza di quei luoghi: appena la canzone inizia, però, si avverte un’aria grave dettata dal riff imponente di chitarra e dalla secchezza dei colpi di batteria. Anche il ritmo scandito contribuisce ad acuire questa sensazione di contrapposizione con il parco giochi. Le parole “disillusion” e la prima strofa “Once was a magical place Over time it was lost” dovrebbero rendere chiaro l’argomento della canzone a prescindere dalla musica. Grande l’inizio dell’assolo di chitarra in tapping e il finale ostinato accelerato. La sensazione di gravità della canzone perde forza man mano che il finale accelera, ritornando per un attimo alla giocosità del parco, per poi degenerare di nuovo prima della fine: la sensazione è esattamente quella del carillon rotto, o del clown cattivo, e mi piace immaginare il finale come l’esplosione di Disneyland (anche se è veramente da gustare la citazione del tema di guerre stellari con la tromba pochi secondi prima del termine della canzone).

Insomma, se siete arrivati a leggere fino qua avete capito cosa voglio dire: Compratevi questo CD e non ve ne pentirete!

Purtroppo Deezer non contiene tutto l’album, ma per farvi un’idea i pezzi che sono presenti vanno più che bene 🙂

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