Basta chiedere, e avere la necessaria potenza di calcolo

O anche “del perché Google non ha bisogno di rubarti nulla”.

Il primo punto fermo è sempre questo: cose che Google sa di te, grazie a me. In secondo luogo vi è l’infrastruttura tecnica che Google ha, e la mostruosa potenza di calcolo, per cui è in grado anche di derivare informazioni da altre solo apparentemente scollegate. In ultimo c’è il fatto che quasi mai le informazioni sono solo ed esclusivamente di una persona, di un ente, di un’azienda o sono private a tal punto da essere in mano ad una sola persona. Per cui basta chiedere! (o leggere, o cercare).

Mi torna in mente un certo episodio, raccontatomi da un amico: c’è un’azienda che ha un progetto, e un sito collegato, che rende un bel servizio. E’ un servizio un po’ sottotono, non molto conosciuto, ma veramente potente. Si presenta alla porta Google, sotto forma di responsabile commerciale, e dice “complimenti, bel lavoro. Anche noi stiamo partendo con una cosa simile, perché non ci date i vostri dati? ovviamente non possiamo pagare, ma sono sicuro che possiamo trovare delle soluzioni”. Ed elenca alcune cose, a detta del mio amico interessanti e che valeva la pena di considerare. (tanto più, aggiungo io, che il finale è noto se sai come funzionano le cose). Invece l’azienda declina l’offerta, o la richiesta, pensando di conservare un vantaggio competitivo. Le parole all’incirca, mi dice sempre il mio amico, furono “AHAH, facciamo una cosa meglio di Google!!!”.

L’azienda c’è ancora, il progetto va avanti a rilento e il sito c’è ancora. Google ha lanciato lo stesso il suo progetto, che raccoglie non si sa quanti utenti in più, ci ha solo messo un pochino in più di tempo. Come ha fatto? ma è facile! è andato da quelli che davano i dati all’azienda e gli ha fatto lo stesso discorso, ottenendo dei si. Invece di avere un’unica fonte, ne avrà due o trecento, ma in fondo cosa gli cambia, a lui?

E’ all’azienda, invece, che cambia qualcosa. Non ha (più, se mai ce l’ha avuto) nessun vantaggio competitivo, e se chiedi alle persone di un certo servizio, ancora meno adesso sanno che esiste quel sito!

Latitude Location History Dashboard

Se usi Google Latitude, forse non sai cosa è la Location History, anche se puoi dedurlo dal nome. Si tratta di una gigantesco raccoglitore di tutte le tue posizioni rilevate tramite, appunto, Latitude, attivabile SU RICHIESTA DELL’UTENTE a questa pagina. Io non ho nulla da nascondere, e ovviamente l’ho attivata tempo fa. Un side effect carino, attivabile anch’esso premendo un pulsante, è che Google può inviare notifiche “quando i tuoi amici si trovano nelle vicinanze. Grazie alla cronologia delle posizioni, gli avvisi vengono inviati solo quando ti trovi in un luogo che non frequenti spesso; gli avvisi relativi ai luoghi abituali per te vengono filtrati e omessi”, ma comunque niente di che.

Le vere bombe arriveranno col tempo: la prima è la nuova – e in beta – Location History Dashboard, che ho appena attivato e che trovo molto bella. Con il suo solito stile umoristico Google mi informa che il mio telefonino ha percorso 16.530 chilometri (e che me ne mancano altri 346.573 per arrivare alla Luna ), dopodiché mi mostra un grafico a torta con la suddivisione del mio tempo: quanto ne passo a casa, quanto in ufficio e quanto al di fuori di queste attività. La buona notizia è che siamo circa a un terzo, un terzo e un terzo, quella cattiva è che comunque al lavoro ci passo in media qualche ora in più che a casa. Questi dati hanno anche una visualizzazione a istogramma su base settimanale.
A fianco un elenco di luoghi visitati, in ordine cronologico inverso, di maggior frequenza o di distanza da casa. Per ognuno un elenco di attività commerciali presenti nella zona.
Segue un elenco dei paesi visitati con relativo mese, nel mio caso ovviamente solo Italia e Svezia, e poi un elenco dei viaggi, presumo basati sul fatto di trascorrere fuori almeno una notte. Infatti riporta correttamente il viaggio a Roma per SMAU Business, quello a Padova per Cultura Senza Barriere e quello a Rimini per il Rimini Web Marketing Event

La seconda bomba, che è ancora un proof of concept, deriva dalle API di LAtitude, che Google ha presentato da poco. Unendo le notifiche push a Latitude e ai dati di traffico ove presenti (per adesso in America, in futuro si spera ovunque), Latitude potrebbe avvisarti sul cellulare se ad esempio la strada che fai di solito per andare in ufficio questa mattina è intasata, prima che tu esca di casa!

Un tram per la Valbisagno

[post prevalentemente per genovesi] Domani – o oggi se leggi Sabato – alle 10 presso la Coop Valbisagno c’è un incontro pubblico per spiegare le ragioni del sostegno all’ipotesi tram in Val Bisagno, al posto di altre cose sentite in questi mesi come “people mover”, “metropolitana”, “busvia”, ecc.

Io ci vado, e cercherò di fare anche un live twittering (dal mio account, @tambu). Ve lo dico anche e soprattutto perché poi non si dica che “la rete rende asociali” e “facebook non serve a un tubo”; tutto nasce appunto su faccialibro, da un contatto di quelli che molti definirebbero “se non ci sentiamo più una ragione ci sarà”. No, non ci sentiamo più perché questi sono i casi della vita, e non puoi essere connesso a tutti per sempre, mentre puoi aggiungere persone a un social networke restare sporadicamente in contatto. Comunque, questo amico mi invita al gruppo omonimo e dopo aver dato un’occhiata mi aggrego. Fino ad allora avevo sempre snobbato la questione come “tanto non faranno mai niente” e “basta che qualcosa facciano”, ma dopo aver letto un po’ di motivazioni mi sono velocemente convertito all’ipotesi tram.

Forse lo faccio anche per redimermi da quell’inerzia mentale, forse solo perché la cosa è partita da un conoscente, ma alla fine non importa. Quel che importa è avere le idee chiare e fare qualcosa affinché si realizzino 🙂

disposizioni

Estrellita: “adesso che siamo sposati dovremmo dirci reciprocamente cosa fare in caso uno dei due muoia prima dell’altro, dare le disposizioni, non trovi?”
Tambu: “mhh si, in effetti… anche se c’è tempo, SPERO!!”
E: “si, certo, tanto tempo si spera. Io voglio…”
T: “io non ci ho mai pensato in effetti. Però forse…”
[…] E: “comunque la cosa migliore sarebbe morire insieme, non pensi? deve essere triste restare da soli…”
T: “boh… dipende da quanto veloce sarà internet in quegli anni”

🙂

Il lamentatore

Il commento di Stefania al post sulle terme di Vinadio mi ha dato modo di fare una riflessione.

Ultimamente, a voce o su qualche social network, mi sono state mosse critiche sui miei post di quel genere (anche quello di Pizza Ste); cose tipo “io non lo farei”, “si ma devi anche dirglielo di persona”, “meno male che c’è il paladino della giustizia 2.0” (non cito le frasi letterali, sia chiaro).
Il problema sostanzialmente è che spesso questo genere di critiche vengono mosse da chi, con tutto il rispetto, non ha ben chiare le dinamiche dell’internet moderno, e in particolar modo gli User Generated Content e la gestione della reputazione online (o brand protection).

Sono però le stesse persone che prima di prenotare un albergo all’estero o di comprare un gingillo tecnologico leggono centinaia di recensioni di altri utenti. Se foste stati al Rimini Web Marketing Event a Novembre avreste assistito a più d’una interessante discussione a proposito della gestione dei lamenti online da parte degli utenti; il terrore degli albergatori moderni è il lamento online dell’utente insoddisfatto, in grado anche – nei casi più estremi – di influenzare il fatturato futuro. Ecco, è esattamente la stessa cosa: se non avessi scritto il post sulle terme, Stefania forse non avrebbe avuto un posto dove postare la sua esperienza. Il prossimo che cercherà notizie sulle terme di Vinadio avrà due impressioni negative, chi invece è soddisfatto del servizio potrà sempre replicare (qua non si censura niente e nessuno, se si resta nei limiti del legale e del decoroso). Le porte sono sempre aperte anche ai gestori, quando prima o poi impareranno a controllare la loro reputazione su internet. E quel post è solo uno dei tanti “ganci” sullo stesso tema che si possono trovare in rete: le persone riversano ogni giorno su internet migliaia di contenuti che parlano di qualsiasi cosa: hotel, terme, pizze, televisori, cellulari, personaggi, spettacoli televisivi, nuove marche di caffè…

“ogni cosa è commentabile” è una delle 91 tesi di Gianluca (slide qui oppure download dell’ebook qui) e la cosa non solo è vera da sempre, ma lo è ancora di più da quando Facebook ha invaso le nostre vite. I miei post sono solo dei “non-luoghi” in cui si possono raccogliere opinioni positive e negative su qualcosa, amplificati dagli strumenti che la rete mette a disposizione: servizio scadente? ne parlo con gli amici -> perdi 10 clienti. Lo scrivo sul blog -> perdi 50/100/1000 clienti (non importa il numero, in realtà, più importante che scripta manent e Google trovent 😀 ). Quale delle due casistiche pensate abbia più possibilità di far capire veramente al gestore che ha un problema da risolvere?

Migliora il controllo sui tuoi dati presso Google

Paura per la privacy? complottista? sindrome del Google-fratello? va bene, fai come ti pare. Ma non dire che fan tutto di nascosto, a tua insaputa. Eccoti tre link che ti aiuteranno a capire cosa (e perché) Google sa di te, ed eventualmente a cancellare quel che ritieni non debba (o non debba più) sapere.

Google ads preferences: da qui puoi vedere le categorie nelle quali sei “etichettato” per Google, ovvero le categorie che il motore usa in modo preferenziale per mostrarti annunci pubblicitari pertinenti ai tuoi interessi. Le mie sono quasi tutte tecnologiche, a un cuoco probabilmente mostrerà categorie riguardanti il cibo. Puoi aggiungerne o modificarle, se vuoi vedere altre pubblicità, o cancellarle tutte e sorbirti le pubblicità generiche.

Google dashboard: da qui puoi vedere il riepilogo dei servizi di Google ai quali sei iscritto, o che hai usato almeno una volta nella vita, vedere quali e quanti dati Google ha, capire se alcuni di questi di dati sono condivisi con altre persone. In più ci sono tutti i link ai servizi e ad articoli di supporto

Google Social Circle e Google Social Content: Social circle è l’elenco dei tuoi amici diretti come hai specificato nelle impostazioni di Gmail – ad esempio – di Google contacts o Gtalk. Poi c’è un elenco “allargato”, cioè persone che sono collegate tramite altri servizi (ad esempio Google sa che il profilo twitter.com/tambu è mio, quindi le persone che seguo su twitter – che lì sono elencate – vengono importate nell’elenco del social circle). Infine un elenco “allargatissimo” basato sullo stesso principio ma a maglie allargate, ovvero anche attraverso servizi che non avete specificato ma che Google è stato in grado di riconoscere. Per ognuna di queste persone è comunque presente la motivazione per cui è nel vostro circolo sociale. Allo stesso modo, Social Content è l’elenco di siti “produttori di contenuti” che sono associati a voi, direttamente perché li avete aggiunti in Google Profiles, o indirettamente perché linkati da quei siti (ma ovviamente con un criterio, altrimenti sarebbe il caos).

hate mail

It is like prosecuting the post office for hate mail that is sent in the post

“E’ come condannare le poste per le lettere di minacce che inconsapevolmente recapitano”
“E’ come condannare autostrade perché sui suoi asfalti viaggiano criminali, soldi sporchi, armi”
“E’ come condannare Telecom perché due assassini si parlano al telefono”
“E’ come condannare il distributore di benzina che mi ha fornito il necessario per fare una molotov”
“E’ come condannare l’Enel perché mi fornisce energia con cui torturo animali”
“E’ come condannare l’azienda del gas se mi riempio una bombola e faccio esplodere una scuola”
“E’ come condannare il produttore del telefonino che ha fatto da detonatore a distanza”

Se si iniziano a condannare i mezzi e non i responsabili, si arriverà a condannare il macellaio, che uccise il toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò.
E’ un esercizio pericoloso, che tanto per cambiare decidiamo di fare in Italia, primi e unici al mondo, tanto per farci ridere un altro po’ dietro. Il che sarebbe tutto sommato ordinario, se il principio introdotto non minasse alla base l’intera concezione di rete che abbiamo costruito in quindici anni…

C’è del buzz intorno a Buzz

buzz logo

L’argomento di questi giorni è Google Buzz, ennesimo servizio del megamotore di ricerca che copia un po’ FriendFeed e permette di interagire con la propria rete sociale importando elementi da altri servizi (foto, video, messaggi di stato) o immettendone direttamente di nuovi.

Croce e delizia di tutti è la presunta violazione della privacy perpetrata dagli ingegneri di Google nel momento in cui hanno reso pubbliche per default le liste delle persone che si seguono e che ci seguono su Buzz, mutualmente derivata dalla nostra lista dei contatti più frequentati attraverso Gmail.

Altro nodo fondamentale è quello che considera eretico aver fuso Buzz con Gmail, che per molti è uno strumento di lavoro (nonostante, ve lo ricordo, sia stata in beta molti anni): secondo questa corrente di pensiero il rumore prodotto da Buzz è troppo elevato e distrae dalla posta. Per loro esiste il comodo link “turn off Buzz” a fianco a “turn off chat”, in fondo alla pagina di Gmail. Ecco, secondo me il punto è questo: perché la chat si e Buzz no? oppure, se hai già spento la chat una volta, perché non dovresti spegnere anche Buzz tanto quanto?
Ho già detto in passato che una delle forze di Google era la possibilità che tutti hanno di usufruire dei suoi servizi con una sola login. Così se parlo di Calendar ad un amico che usa solo Gmail, quando torna a casa non ha bisogno di iscriversi a niente, entra in Calendar e inizia a usarlo. Per Buzz però – e per Gtalk app – la cosa ha poco senso. Questi strumenti nascono per mettere in contatto le persone, ha più senso integrarli piuttosto che aspettare che le persone li scoprano. Vi ricordo inoltre che i contatti di Gtalk si popolano automaticamente ANCHE in base alle mail che inviamo. Alla terza email scambiata, se non ricordo male, il contatto appare su Talk (da dove può essere altrettanto comodamente rimosso). Per Google Reader accade la stessa cosa: se io aggiungo un contatto personale a Google Contact, e lui usa Reader, mi viene proposto di seguire i suoi shared items.
Quello su cui posso essere d’accordo è che dovrebbe esistere anche un entry point distinto per Buzz, ovvero un indirizzo separato da Gmail per poterlo usare solo se si vuole; ma questa non può certamente essere l’opzione di default.

Sull’argomento vi segnalo un ottimo post del Sartoni, che condivido in pieno, un metodo per non far intasare la posta elettronica con le notifiche di Buzz, e il modo per nascondere le liste delle persone che vi seguono / che seguite. Peraltro in FriendFeed, che è lo strumento che maggiormente viene imitato da Buzz, le stesse informazioni sono pubbliche senza alcuno scandalo. Non c’è nemmeno il problema dei nomi e cognomi: su FriendFeed ci sono sia nick sia nomi e cognomi. Su Buzz ci sono nomi e cognomi, ma se uno aveva la paranoia di mostrare le sue generalità non li ha mai inseriti nelle informazioni dei Google Profiles (non so se La Rejna sia paranoica, ma lei ad esempio compare su Buzz – e Gmail presumo – come La Rejna. e basta). Facebook, peraltro, ha 400 milioni di nomi e cognomi ben felici di immettere ogni secondo della loro vita nel grande libro. 2,5 miliardi di foto al mese vogliono pur dire qualcosa o no?

Secondo me il “problema” sono sempre le elite, cioè chi vorrebbe decidere a priori cosa è bello e cosa non lo è. Sono quelli che “ah, figurati se Facebook, i ragazzini…”, quelli che “Twitter, cazzata, sms sul web”, quelli che “addio FriendFeed perché t’ha comprato Facebook” e che però adesso “Buzz mi intasa la posta, come FriendFeed non c’è nulla”.

Allora azzardo l’ipotesi, e poi veniamo alla questione finale: contro cosa va Buzz? Twitter, Facebook, FriendFeed o cosa? secondo me, e non solo, contro FriendFeed (sono pressoché uguali), che avrei detto sarebbe stato fagocitato da Facebook, e che invece adesso azzardo non verrà più chiuso. Facebook è imprendibile, macina novità e migliaia di utenti al giorno (al limite morirà per cause tecniche, anche se ci son dietro dei cervelli mica male), Twitter resta amatissimo e inimitabile.

Google non farà mai un social network di successo come Faccialibro, FB è un’alchimia di elementi credo irripetibile e a Mountain View si mangiano le mani ogni giorno per non averlo comprato qualche anno fa. Facebook ha cambiato per sempre la rete, questo è indubbio. Però è altrettanto vero che Facebook non farà mai un motore di ricerca, e che non è AFFATTO vero che in futuro i social network sostituiranno il search, come sento dire. La risposta potrebbe darvela benissimo Piersante Paneghel, che vi sa spiegare meglio di me perché ormai Google non è più un motore di ricerca ma bensì un motore di risposta (sa suggerirti gli orari dei film nella tua città, se solo si accorge che cerchi un film. Oppure parliamo di Google squared). Organizza e cataloga informazioni come nessuno è mai stato in grado prima. Buzz non sarà la cosa più social che Google può produrre, ma poco ci manca…
[edit 13/2: ieri sera per il sonno ho dimenticato un punto focale. Usare i social network per essere informati delle cose interessanti in giro può funzionare finché li monitori 24 ore su 24. Altrimenti sei legato al momento in cui leggi gli aggiornamenti. I flussi informatici dei SN sono decisi da chi le informazioni e produce. Un motore di ricerca – o di risposta, appunto – invece è lì per essere interrogato. Mi alzo alle quattro del mattino e mi fa male la milza? posso cercare su internet. Sono in mezzo alla strada e non ho il numero di telefono del negozio dove devo andare? tiro fuori il cellulare e faccio una ricerca. Questa è una differenza grande e fondamentale, per capire come mai le due cose non si potranno mai sovrapporrre e nessuna delle due sostituirà l’altra]

Pausa anche lui

Eriadan smette di bloggare ogni giorno. Lo abbiamo accompagnato quasi in ogni momento della sua vita, università, lavoro, matrimonio, paternità, e ci ha abituato bene con la sua strip quotidiana. Nel tempo la sua tecnica è cresciuta, e in effetti ogni tanto mi dicevo “diamine, ne ha di fantasia per produrre una striscia al giorno…”, ma mi sono sempre risposto che probabilmente parte del “mestiere” è anche avere sufficiente fantasia per produrre a nastro nuove storie.

Sono d’accordo con la sua scelta, meglio poche “ma buone” (non che le ultime siano cattive, ma se lui stesso non le sentiva sue, se lo faceva solo per timbrare il cartellino…).

Vai, Paolo!