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disposizioni

Estrellita: “adesso che siamo sposati dovremmo dirci reciprocamente cosa fare in caso uno dei due muoia prima dell’altro, dare le disposizioni, non trovi?”
Tambu: “mhh si, in effetti… anche se c’è tempo, SPERO!!”
E: “si, certo, tanto tempo si spera. Io voglio…”
T: “io non ci ho mai pensato in effetti. Però forse…”
[...]
E: “comunque la cosa migliore sarebbe morire insieme, non pensi? deve essere triste restare da soli…”
T: “boh… dipende da quanto veloce sarà internet in quegli anni”

:)

Il lamentatore

Il commento di Stefania al post sulle terme di Vinadio mi ha dato modo di fare una riflessione.

Ultimamente, a voce o su qualche social network, mi sono state mosse critiche sui miei post di quel genere (anche quello di Pizza Ste); cose tipo “io non lo farei”, “si ma devi anche dirglielo di persona”, “meno male che c’è il paladino della giustizia 2.0″ (non cito le frasi letterali, sia chiaro).
Il problema sostanzialmente è che spesso questo genere di critiche vengono mosse da chi, con tutto il rispetto, non ha ben chiare le dinamiche dell’internet moderno, e in particolar modo gli User Generated Content e la gestione della reputazione online (o brand protection).

Sono però le stesse persone che prima di prenotare un albergo all’estero o di comprare un gingillo tecnologico leggono centinaia di recensioni di altri utenti. Se foste stati al Rimini Web Marketing Event a Novembre avreste assistito a più d’una interessante discussione a proposito della gestione dei lamenti online da parte degli utenti; il terrore degli albergatori moderni è il lamento online dell’utente insoddisfatto, in grado anche – nei casi più estremi – di influenzare il fatturato futuro. Ecco, è esattamente la stessa cosa: se non avessi scritto il post sulle terme, Stefania forse non avrebbe avuto un posto dove postare la sua esperienza. Il prossimo che cercherà notizie sulle terme di Vinadio avrà due impressioni negative, chi invece è soddisfatto del servizio potrà sempre replicare (qua non si censura niente e nessuno, se si resta nei limiti del legale e del decoroso). Le porte sono sempre aperte anche ai gestori, quando prima o poi impareranno a controllare la loro reputazione su internet. E quel post è solo uno dei tanti “ganci” sullo stesso tema che si possono trovare in rete: le persone riversano ogni giorno su internet migliaia di contenuti che parlano di qualsiasi cosa: hotel, terme, pizze, televisori, cellulari, personaggi, spettacoli televisivi, nuove marche di caffè…

“ogni cosa è commentabile” è una delle 91 tesi di Gianluca (slide qui oppure download dell’ebook qui) e la cosa non solo è vera da sempre, ma lo è ancora di più da quando Facebook ha invaso le nostre vite. I miei post sono solo dei “non-luoghi” in cui si possono raccogliere opinioni positive e negative su qualcosa, amplificati dagli strumenti che la rete mette a disposizione: servizio scadente? ne parlo con gli amici -> perdi 10 clienti. Lo scrivo sul blog -> perdi 50/100/1000 clienti (non importa il numero, in realtà, più importante che scripta manent e Google trovent :D ). Quale delle due casistiche pensate abbia più possibilità di far capire veramente al gestore che ha un problema da risolvere?

Paura per la privacy? complottista? sindrome del Google-fratello? va bene, fai come ti pare. Ma non dire che fan tutto di nascosto, a tua insaputa. Eccoti tre link che ti aiuteranno a capire cosa (e perché) Google sa di te, ed eventualmente a cancellare quel che ritieni non debba (o non debba più) sapere.

Google ads preferences: da qui puoi vedere le categorie nelle quali sei “etichettato” per Google, ovvero le categorie che il motore usa in modo preferenziale per mostrarti annunci pubblicitari pertinenti ai tuoi interessi. Le mie sono quasi tutte tecnologiche, a un cuoco probabilmente mostrerà categorie riguardanti il cibo. Puoi aggiungerne o modificarle, se vuoi vedere altre pubblicità, o cancellarle tutte e sorbirti le pubblicità generiche.

Google dashboard: da qui puoi vedere il riepilogo dei servizi di Google ai quali sei iscritto, o che hai usato almeno una volta nella vita, vedere quali e quanti dati Google ha, capire se alcuni di questi di dati sono condivisi con altre persone. In più ci sono tutti i link ai servizi e ad articoli di supporto

Google Social Circle e Google Social Content: Social circle è l’elenco dei tuoi amici diretti come hai specificato nelle impostazioni di Gmail – ad esempio – di Google contacts o Gtalk. Poi c’è un elenco “allargato”, cioè persone che sono collegate tramite altri servizi (ad esempio Google sa che il profilo twitter.com/tambu è mio, quindi le persone che seguo su twitter – che lì sono elencate – vengono importate nell’elenco del social circle). Infine un elenco “allargatissimo” basato sullo stesso principio ma a maglie allargate, ovvero anche attraverso servizi che non avete specificato ma che Google è stato in grado di riconoscere. Per ognuna di queste persone è comunque presente la motivazione per cui è nel vostro circolo sociale. Allo stesso modo, Social Content è l’elenco di siti “produttori di contenuti” che sono associati a voi, direttamente perché li avete aggiunti in Google Profiles, o indirettamente perché linkati da quei siti (ma ovviamente con un criterio, altrimenti sarebbe il caos).

hate mail

It is like prosecuting the post office for hate mail that is sent in the post

“E’ come condannare le poste per le lettere di minacce che inconsapevolmente recapitano”
“E’ come condannare autostrade perché sui suoi asfalti viaggiano criminali, soldi sporchi, armi”
“E’ come condannare Telecom perché due assassini si parlano al telefono”
“E’ come condannare il distributore di benzina che mi ha fornito il necessario per fare una molotov”
“E’ come condannare l’Enel perché mi fornisce energia con cui torturo animali”
“E’ come condannare l’azienda del gas se mi riempio una bombola e faccio esplodere una scuola”
“E’ come condannare il produttore del telefonino che ha fatto da detonatore a distanza”

Se si iniziano a condannare i mezzi e non i responsabili, si arriverà a condannare il macellaio, che uccise il toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò.
E’ un esercizio pericoloso, che tanto per cambiare decidiamo di fare in Italia, primi e unici al mondo, tanto per farci ridere un altro po’ dietro. Il che sarebbe tutto sommato ordinario, se il principio introdotto non minasse alla base l’intera concezione di rete che abbiamo costruito in quindici anni…

buzz logo

L’argomento di questi giorni è Google Buzz, ennesimo servizio del megamotore di ricerca che copia un po’ FriendFeed e permette di interagire con la propria rete sociale importando elementi da altri servizi (foto, video, messaggi di stato) o immettendone direttamente di nuovi.

Croce e delizia di tutti è la presunta violazione della privacy perpetrata dagli ingegneri di Google nel momento in cui hanno reso pubbliche per default le liste delle persone che si seguono e che ci seguono su Buzz, mutualmente derivata dalla nostra lista dei contatti più frequentati attraverso Gmail.

Altro nodo fondamentale è quello che considera eretico aver fuso Buzz con Gmail, che per molti è uno strumento di lavoro (nonostante, ve lo ricordo, sia stata in beta molti anni): secondo questa corrente di pensiero il rumore prodotto da Buzz è troppo elevato e distrae dalla posta. Per loro esiste il comodo link “turn off Buzz” a fianco a “turn off chat”, in fondo alla pagina di Gmail. Ecco, secondo me il punto è questo: perché la chat si e Buzz no? oppure, se hai già spento la chat una volta, perché non dovresti spegnere anche Buzz tanto quanto?
Ho già detto in passato che una delle forze di Google era la possibilità che tutti hanno di usufruire dei suoi servizi con una sola login. Così se parlo di Calendar ad un amico che usa solo Gmail, quando torna a casa non ha bisogno di iscriversi a niente, entra in Calendar e inizia a usarlo. Per Buzz però – e per Gtalk app – la cosa ha poco senso. Questi strumenti nascono per mettere in contatto le persone, ha più senso integrarli piuttosto che aspettare che le persone li scoprano. Vi ricordo inoltre che i contatti di Gtalk si popolano automaticamente ANCHE in base alle mail che inviamo. Alla terza email scambiata, se non ricordo male, il contatto appare su Talk (da dove può essere altrettanto comodamente rimosso). Per Google Reader accade la stessa cosa: se io aggiungo un contatto personale a Google Contact, e lui usa Reader, mi viene proposto di seguire i suoi shared items.
Quello su cui posso essere d’accordo è che dovrebbe esistere anche un entry point distinto per Buzz, ovvero un indirizzo separato da Gmail per poterlo usare solo se si vuole; ma questa non può certamente essere l’opzione di default.

Sull’argomento vi segnalo un ottimo post del Sartoni, che condivido in pieno, un metodo per non far intasare la posta elettronica con le notifiche di Buzz, e il modo per nascondere le liste delle persone che vi seguono / che seguite. Peraltro in FriendFeed, che è lo strumento che maggiormente viene imitato da Buzz, le stesse informazioni sono pubbliche senza alcuno scandalo. Non c’è nemmeno il problema dei nomi e cognomi: su FriendFeed ci sono sia nick sia nomi e cognomi. Su Buzz ci sono nomi e cognomi, ma se uno aveva la paranoia di mostrare le sue generalità non li ha mai inseriti nelle informazioni dei Google Profiles (non so se La Rejna sia paranoica, ma lei ad esempio compare su Buzz – e Gmail presumo – come La Rejna. e basta). Facebook, peraltro, ha 400 milioni di nomi e cognomi ben felici di immettere ogni secondo della loro vita nel grande libro. 2,5 miliardi di foto al mese vogliono pur dire qualcosa o no?

Secondo me il “problema” sono sempre le elite, cioè chi vorrebbe decidere a priori cosa è bello e cosa non lo è. Sono quelli che “ah, figurati se Facebook, i ragazzini…”, quelli che “Twitter, cazzata, sms sul web”, quelli che “addio FriendFeed perché t’ha comprato Facebook” e che però adesso “Buzz mi intasa la posta, come FriendFeed non c’è nulla”.

Allora azzardo l’ipotesi, e poi veniamo alla questione finale: contro cosa va Buzz? Twitter, Facebook, FriendFeed o cosa? secondo me, e non solo, contro FriendFeed (sono pressoché uguali), che avrei detto sarebbe stato fagocitato da Facebook, e che invece adesso azzardo non verrà più chiuso. Facebook è imprendibile, macina novità e migliaia di utenti al giorno (al limite morirà per cause tecniche, anche se ci son dietro dei cervelli mica male), Twitter resta amatissimo e inimitabile.

Google non farà mai un social network di successo come Faccialibro, FB è un’alchimia di elementi credo irripetibile e a Mountain View si mangiano le mani ogni giorno per non averlo comprato qualche anno fa. Facebook ha cambiato per sempre la rete, questo è indubbio. Però è altrettanto vero che Facebook non farà mai un motore di ricerca, e che non è AFFATTO vero che in futuro i social network sostituiranno il search, come sento dire. La risposta potrebbe darvela benissimo Piersante Paneghel, che vi sa spiegare meglio di me perché ormai Google non è più un motore di ricerca ma bensì un motore di risposta (sa suggerirti gli orari dei film nella tua città, se solo si accorge che cerchi un film. Oppure parliamo di Google squared). Organizza e cataloga informazioni come nessuno è mai stato in grado prima. Buzz non sarà la cosa più social che Google può produrre, ma poco ci manca…
[edit 13/2: ieri sera per il sonno ho dimenticato un punto focale. Usare i social network per essere informati delle cose interessanti in giro può funzionare finché li monitori 24 ore su 24. Altrimenti sei legato al momento in cui leggi gli aggiornamenti. I flussi informatici dei SN sono decisi da chi le informazioni e produce. Un motore di ricerca - o di risposta, appunto - invece è lì per essere interrogato. Mi alzo alle quattro del mattino e mi fa male la milza? posso cercare su internet. Sono in mezzo alla strada e non ho il numero di telefono del negozio dove devo andare? tiro fuori il cellulare e faccio una ricerca. Questa è una differenza grande e fondamentale, per capire come mai le due cose non si potranno mai sovrapporrre e nessuna delle due sostituirà l'altra]

Pausa anche lui

Eriadan smette di bloggare ogni giorno. Lo abbiamo accompagnato quasi in ogni momento della sua vita, università, lavoro, matrimonio, paternità, e ci ha abituato bene con la sua strip quotidiana. Nel tempo la sua tecnica è cresciuta, e in effetti ogni tanto mi dicevo “diamine, ne ha di fantasia per produrre una striscia al giorno…”, ma mi sono sempre risposto che probabilmente parte del “mestiere” è anche avere sufficiente fantasia per produrre a nastro nuove storie.

Sono d’accordo con la sua scelta, meglio poche “ma buone” (non che le ultime siano cattive, ma se lui stesso non le sentiva sue, se lo faceva solo per timbrare il cartellino…).

Vai, Paolo!

(puntate precedenti: 200620072008)

le dieci keyword principali:
come costruire una pistola
costruire una pistola
come costruire
tambu
trasloco fastweb
come costruire una bomba
mi sono rotto il cazzo
come si costruisce una pistola
photocity
costruire pistola

oramai son sempre le stesse. Ogni anno prometto di deottimizzare i post incriminati, ma verso fine estate ho notato che invece potevo ambire ad un altro risultato: appiattire gli accessi, che infatti oramai risentono poco dell’andamento della settimana – ovviamente si sono appiattiti verso il basso – e hanno una linea piuttosto costante. E’ pur sempre un risultato, no? :)

i cinque post più letti:
gli stessi dell’anno scorso. togliete “io mi sono rotto” e sostituitelo con “Tool 10,000 days ghost track

sorgenti di traffico:

google / organic
(direct) / (none)
rss / rss
images.google.it / referral
stellinorama.it / referral
yahoo / organic
virgilio / organic
google.it / referral
search / organic
bing / organic

ottima prestazione dei feed rss, che prima non tracciavo, google la fa sempre più da padrone. Insieme al generale calo della blogosfera, fagocitata dai social network, calano anche le fonti di ingresso al mio blog da parte di blog altrui. A causa del mio scarso utilizzo a fini promozionali dei social network, però, nessuno di essi si piazza nelle prime dieci posizioni dai portatori di traffico (cioè, mi arriva più gente da bing che facebook/twitter, per dire…)

curiosità varie:
Chrome ha il suo bel 4,81% di share, più di Safari, 54 visite da Android (le mie sono filtrate, ovviamente) contro 50 da Ipod (ma 222 da Iphone) e 13 da Wii (dalla Wii credo di essere conteggiato, non mi sono mai loggato nel pannello di admin). Ancora in calo il numero di paesi – solo 106 – mentre è praticamente invariata la percentuale di visite extra-Italia.

Mi fa moltissimo piacere che la parola più cercata sul motore interno, quasi dieci volte tanto la seconda, sia “spadino“. Io non sono nemmeno più un motociclista, ma non è detto che prima o poi non riesca a farci lo stesso un salto, come passeggero o addirittura in auto. Spadino è Spadino!

Welcome to China

Minotti riassume bene lo scenario che potrebbe uscire dal Consiglio dei Ministri di domani. Praticamente si passa da una statuina del duomo alla censura di internet. Il nesso logico io non ce lo vedo, però. Forse bisognerebbe vietare la vendita di souvenir del duomo, non la frequentazione dei siti web.

Vespa che dice che Tartaglia è “vicino agli ambienti del social network” equivale a dire nulla, tranne che la frase “vicino all’ambiente….” ha connotazione negativa. Anche la Caterina, se è per quello, è vicina agli ambienti dei mattoncini gommosetti profumosi e degli omogeneizzati alla frutta, povera piccola criminale :)

Comunque, il lato positivo della faccenda è che il bersaglio ultimo di tutto questo ambaradàn è Facebook, che avrà si mille difetti, ma raccoglie milioni di italiani, anche insospettabili, anche quelli che non si informano, o si informano solo alla Tv una volta al mese.
Quando l’intero Facebook sarà oscurato dal governo, non si potrà più contestare, nè incitare alla violenza; ma non si potrà più nemmeno giocare a Pet Society, postare una ricetta o chattare con lo zio d’America. Niente upload di foto della montagna, niente inviti agli eventi, niente richieste di amicizia da emeriti sconosciuti, niente di niente.

Allora, forse, anche di non vuol capire capirà…

Banda elastica

Se invece di far correre le automobili si facessero correre i dati, si creerebbe almeno lo stesso valore, ma forse anche di più.

Questo io lo so perché vivo di computer, e lo sanno anche tutte le persone che leggo perché sono consumatori accaniti di computer, per cui forse il problema sembra più grosso di quel che sarebbe se lo chiedessimo alla “gente comune”. Però alla domanda “preferiresti andare fisicamente a Milano per una riunione o farla in videoconferenza da casa?” sono in grado di rispondere tutti, no?

Eccolo, Google Wave

Logo Google Wave

“io non lo capisco e secondo me non serve a un cazzo”
“io lo capisco e può fare tutto”
“nessuno sa a che serva ma tutti dicono che servirà”
“è un gran casino, ma tutti ci sballano”

Queste, ed innumerevoli altre permutazioni, sono le frasi che si sentono su Google Wave, nuovo gingillo di casa Google che è in alpha ad inviti, e in cui sono dentro dalla settimana scorsa. Io sono uno di quelli che viene tacciato di essere filo-Google, spesso solo perché ho imparato ad annusare al volo cosa funzionerà e cosa no sul web, molto più spesso perché uso senza ritegno tutti i suoi prodotti e ne traggo molto giovamento, come se fosse una colpa trovarsi bene ad usare qualcosa.

Il punto è un altro, in realtà: tra i miei contatti c’è un certo Andrea Baresi, uno che parla poco ma quando parla lo fa per bene, e mentre tutti cianciavano di quant’è lento Wave (e vorrei vedere! non è manco una beta, davvero speravate che allocassero il 100% delle risorse?) lui se ne esce con un “ecco un bot fatto da me che pubblica su un blog tutta una wave, istantaneamente”. PUF! facile, veloce, spiazzante. Manco quel bot serve “a un cazzo” così com’è, ma intanto apre uno scenario interessante, una cosa che WordPress non può fare: l’editing collaborativo E SINCRONO (con revisioni) di un post prima di mandarlo in pubblicazione. Ed ovviamente anche così sarebbe solo l’inizio…

L’altro punto: sulla lavagna del mio ufficio c’è un disegno di un sistema di workflow che dobbiamo sviluppare: il workflow è abbastanza semplice, ci sono delle complicazioni per l’integrazione coi prodotti, ma ha anche un sistema di reporting a renderlo insidioso. Quando vidi il primo video di Wave presi un pennarello e racchiusi tutto il disegno dentro un cerchio con scritto “Google Wave?”
Adesso che in wave ci sono, dico che al 90% la mia intuizione era giusta: tra quel che c’è e quel che si potrà fare con le API, potremmo in teoria avere il nostro sistema fatto e finito.

Dite che non serve a un cazzo semplicemente perché non avete abbastanza fantasia per trovarne un utilizzo sensato ;)

[e no, ancora non ho inviti da dare]

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