Non si fa così

Loris Capirossi“Ci mettiamo il cuore” e “siamo una squadretta in confronto ai colossi giapponesi” sono due tra le frasi preferite dei tifosi ducatisti di motoGP. L’altra è “il sogno di un pilota italiano su moto italiana che vince”.

Più di tutte però puntano sul cuore, che è un po’ il cavallo di battaglia degli aficionados di Borgo Panigale, la forza sentimentalista e un po’ oscura che permette di superare le mille piccole magagne tecniche che deve affrontare chi guida una rossa. Forza che non solo non può essere capita da chi guida una moto straniera, ma che addirittura negli anni assurge a motore trainante di tutta una intera esistenza passata a guidare moto bolognesi.

Ducati quindi rifugge l’approccio classico, razionale e un po’ freddino, delle squadre giapponesi di corse motociclistiche, ci mette l’anima dentro e vuole piloti che l’anima la diano in tutte le gare: mi ricordo le feste all’arrivo di Capirossi, le gioie senza freni delle prime vittorie e i sassolini tolti dagli stivali al bar. In fondo in fondo anche per me era una cosa simpatica.

Però il business è il business, e appena arriva il profumo del granone tutto cambia: si prende un pilotino – australiano – di belle speranze da affiancare al maestro, ma questo ragazzotto va come una palla da schioppo, rischia addirittura di vincere un mondiale meritato. Il maestro è in difficoltà, è vecchio, è scoppiato perché non vince due gare (citazione di Valentino Rossi, riferita a sè stesso, che però si adatta anche al povero Capirex). Casomai quest’anno si vincesse il mondiale, l’anno prossimo bisogna RIvincere e anzi STRAvincere con due moto.

Chissà se quando gli hanno dato un calcio nel culo, a Capirossi, si tiravano gli occhi con le dita e cambiavano tutte le R in L per sentirsi meno in colpa?